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Lo Zaino è Pronto, Io No: Intervista a Marco Lovisolo

– Posted in: Interviste

Dopo il suo post sul Portogallo On The Road, Marco torna sulle pagine di questo blog con una divertente intervista sul suo libro “Lo Zaino è Pronto, Io No”.

Un libro di racconti di viaggio, i suoi, una lettura leggera nel senso positivo del termine, scorrevole e che mi ha fatta spesso ridere e sorridere, mi ha fatta sognare e, diciamolo, mi ha anche un po’ terrorizzata (scherzo, ovviamente!).

lo zaino è pronto io no

Ciao Marco, intanto ci racconti un po’ chi sei e cosa fai?

Ciao Martina. Cosa faccio? Il viaggiatore, ma per non farmi riconoscere mi sono abilmente camuffato da tecnico  informatico. Anzi, ti dirò: mi sono calato nella parte talmente bene che a volte io stesso credo di fare l’impiegato…

No, a parte gli scherzi, sono nato a Torino ormai troppi anni fa, sono sposato, ho una figlia di un anno e attualmente lavoro come analista-programmatore per una società di assicurazioni. Un sacco di passioni e troppo poco tempo per coltivarle tutte, ma quella principale, ovviamente, è il viaggio, rigorosamente zaino in spalla e Lonely Planet (o equivalente) in tasca.

Di cosa parla il tuo libro? Ci racconti brevemente dei tuoi viaggi?

Il mio libro parla dei miei viaggi, e ci terrei a sottolineare MIEI. Non mi sono dilungato eccessivamente sui luoghi visitati perché per fare questo ci sono persone indiscutibilmente più brave di me. Ho preferito parlare dei miei incontri, delle mie esperienze dirette, delle persone che in qualche modo sono entrate nella mia vita, dei pasticci che ho combinato in giro per il mondo. Insomma ho declinato il concetto di viaggio nella maniera più personale possibile.

Quei viaggi compiuti in solitaria per me sono stati una liberazione, gioia pura e selvaggia. Abbandonavo a casa il personaggio che mi ero costruito addosso, spesso fastidioso e ingombrante, e affrontavo il mondo libero, senza preclusioni di alcuna sorta. Ho scelto alcune destinazioni “esotiche”, ma sarei potuto rimanere in Italia perché, lo so che suona banale e scontato, il vero viaggio è sempre interiore: poco  conta dove ti trovi, ma come lo affronti.

Perché hai scelto proprio questi 6 paesi? (un po’ di più a dire il vero)

Il primo viaggio in solitaria è stato in Kenya. Era un periodo complicato della mia vita, volevo mettermi alla prova in condizioni estreme per capire cosa fossi realmente in grado di fare. Volevo affrontare le  mie paure e allora tanto valeva puntare verso la destinazione più difficile di tutte: l’Africa.

I Paesi latinoamericani (Messico, Guatemala, Perù e Bolivia) li ho scelti perché sono sempre stato un grande appassionato di culture precolombiane, non vedevo l’ora di mettere piede a Teotihuacán, Machu Picchu, Palenque, Chichén Itzá…

In realtà laggiù ho trovato di più, molto di più.

L’India l’ho scelta per un motivo poco nobile: una scommessa. Un giorno parlavo con un tizio del Kenya, raccontavo degli aspetti negativi del paese africano e della “fatica” che comporta affrontare certe realtà. Il mio interlocutore, pur senza esserci mai stato, mi disse: “Eh, ma l’India è peggio!”.

Io sono paranoico e se non vedo non credo, quindi ho preparato lo zaino e sono partito. Da un atto di assoluta superficialità (mia) è nato l’amore per l’Asia che mi ha indotto a tornare pochi anni dopo: destinazione Cambogia, Vietnam e Laos.

libro-marco

Quanto per l’Africa ti ha ispirato Kapuscinski con il suo libro Ebano? E Chatwin (anche io ho letto In Patagonia…)

Kapuscinski ha svolto un ruolo notevole, ma il libro che più di ogni altro mi ha convinto a partire per l’Africa si intitola “Vagabondo in Africa” dello scrittore spagnolo Javier Reverte. In italiano ormai è introvabile, ma chi mastica lo spagnolo può facilmente reperirlo presso la casa editrice Debolsillo, insieme agli altri due titoli che costituiscono la Trilogia Africana di questo scrittore poco conosciuto in Italia.

Anche per la Patagonia, Chatwin è stato importante, ma alla fine gli scrittori determinati sono stati Sepúlveda, Theroux e Coloane.

Da dove nasce il tuo libro? Quali emozioni ti hanno spinto a scriverlo?

Nasce grazie alla costanza e all’impegno di altre persone, non certo del sottoscritto. Nel corso dei viaggi mi tenevo in contatto con i miei amici via mail; scrivevo dei piccoli reportage nei quali raccontavo le mie giornate.

Al mio ritorno tutti mi dicevano che si ammazzavano dal ridere a leggere dei miei piccoli disastri e qualcuno mi suggeriva di raccogliere tutto quanto in un libro.

Mia moglie, che all’epoca dei miei viaggi non conoscevo, nel sentire questo entusiasmo da parte dei miei amici, ci ha calato sopra l’asso da briscola e ha insistito fino a quando ho deciso di cimentarmi con la scrittura vera.

La stesura è stata lunga e difficile, ma è stato anche un processo di rielaborazione, di riscoperta interiore. Sono andato in cerca di tutte quelle sensazioni che si erano sedimentate sul fondo della mia anima e le ho riesaminate con occhi nuovi, le ho rivissute e godute più pienamente di quanto mi sia capitato vivendole in presa diretta.

Che emozioni ti hanno accompagnato all’uscita del libro?

Stanchezza. Come dicevo, sono paranoico e pure perfezionista, per cui, dopo averlo scritto, l’ho letto e riletto almeno una cinquantina di volte e ogni volta lo rielaboravo. In seguito l’ho fatto leggere a un paio di lettori beta, ne ho recepito le critiche, l’ho modificato e riletto di nuovo.

Poi è stato il momento dell’editing professionale. Ricevuto il libro con le correzioni dell’editor, l’ho riesaminato e ulteriormente modificato, poi di nuovo letto quella ventina di volte. Alla fine mi stava antipatico il personaggio principale che, trattandosi di un testo autobiografico, sarebbe il sottoscritto. Per dire…

Quando ho dato l’OK per la stampa definitiva, mi sono sentito totalmente svuotato. Ho passato un paio di giorni con le palpebre che si chiudevano da sole. A essere sincero non mi sono ancora ripreso del tutto.

Una frase del tuo libro a cui sei particolarmente affezionato?

Molte, perché in questo libro ritengo di aver tirato fuori tutto me stesso. Se devo sceglierne una, dico quella che ho fatto stampare sulla copertina del libro stesso:

“I viaggiatori, in realtà, sono artisti”.

Il viaggio ti libera completamente, induce quella curiosa sensazione di felicità che si prova quando si è trasportati fuori da se stessi, quasi ignari della propria esistenza: uno stato di pura estasi. C’è chi raggiunge quella condizione eletta dipingendo, chi suonando uno strumento e chi viaggiando.

Sarà un caso, ma molte persone che conosco, oltre a essere appassionati di viaggi sono anche degli eccellenti musicisti o scrittori. Dubito che le cose non siano correlate.

Pensi che ci sarà un seguito?

Assolutamente sì. I viaggi che ho narrato in questo libro sono solo una parte di quelli che ho accumulato nel corso del tempo. Negli anni successivi ho viaggiato molto, tornando spesso in quell’angolo di mondo nel quale  mi sento maggiormente a casa: il tratto d’Asia che va da New Delhi a Saigon. Questo per dire che ho ancora molto da raccontare.

Inoltre, come ti accennavo prima, ho una bimba piccola, di un anno. Vorrei trasferirle la passione per i viaggi e quindi, prima che lei vada a scuola, mi piacerebbe organizzare un lungo vagabondaggio con lei e mia moglie (ti lascio immaginare la destinazione). Vuoi che non raccolga tutte quelle impressioni in un libro?

Secondo te, domanda maligna, perché dovremmo comprarlo? Non vale dire che è bello, lo diamo per scontato… 😀

Ti dico la verità, anche se un po’ scomoda. Anzi, metto le mani avanti e lo dico chiaro a tutti: Martina NON è responsabile di quanto sto dicendo! Ultimamente vedo in giro un po’ troppi “profeti”, persone salgono in cattedra e quasi pretendono di dirti come vivere la tua vita.

Sia chiaro, io ho il massimo rispetto per coloro che si lanciano in imprese estreme, ma mi piacerebbe che questo rispetto fosse reciproco. Aver fatto il giro del mondo ti è servito a poco se adesso l’unica cosa che sai fare è assumere un’aria boriosa e dire agli altri:

“Se continuate a lavorare in un ufficio, siete dei vigliacchetti. Mollate tutto e partite come ho fatto io, muovetevi solo in autostop e non lavatevi per sei mesi, perché quella è l’unica strada da percorrere”.

Ecco, io NON sono quel tipo di viaggiatore: ho affrontato problemi, ho viaggiato su mezzi scassati, mi sono trovato in situazioni complicate, ma dopo tutto questo continuo a rimanere un impiegato e la cosa mi sta più che bene. Leggete il libro perché lo ha scritto una persona assolutamente ordinaria, anzi pure un po’ imbranata: se ci sono riuscito io, ce la potete fare tranquillamente anche voi.

Momento spoiler… ma il prete ubriacone lo hai più rivisto?

No, purtroppo Padre García non l’ho mai più rivisto. Ma se c’è una cosa sulla quale sono pronto a scommettere è che se ne starà russando beatamente ubriaco in qualche bar di Città del Messico… Ammetto che mi piacerebbe incontrarlo per riprendere il discorso lasciato in sospeso tanto tempo fa. Ovviamente in compagnia di una bottiglia di buon vino rosso.

Se volete leggere il libro di Marco, Lo Zaino è Pronto, Io No”, per sognare e anche per sorridere un po’, lo trovate su Amazon a questo link

copertina libro Marco

 

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