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Da(l) Manhattan a(l) Long Island, i Cocktail di New York

– Posted in: America

Siamo sicuri che il cibo sia una parte profonda della cultura dei luoghi che visitiamo. Ma cosa dire invece del bere?

Tornata dal mio viaggio a New York non avevo molte idee su cosa scrivere. Avevo già scartato l’idea di post tipo “Come organizzare un viaggio a New York” o le “10 cose da fare a New York” dal momento che il web ne è già pieno. Poi ho dato una facciata dentro a Giovanni.

Giornalista, scrittore, blogger, amante appassionato di cocktail e soprattutto eccellente narratore, Giovanni mi ha tenuta incollata con i suoi racconti sui Cocktail di New York per ore e allora ho pensato che mi sarebbe piaciuto se avesse scritto per me qualcosa.

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Il Manhattan nasce a New York, pensate più di 100 anni fa, nel 1874!!!

Ecco allora i cocktail che non potete perdervi se visitate la Grande Mela!

Satan’s Circus

Parlare del Satan’s Circus uno degli storici cocktail della “old” New York per me è come parlare di un parente stretto.

Lo scoprii nei mesi in cui lavoravo al mio romanzo omonimo e per caso mi imbattei nella ricetta di questo cocktail che nacque nella New York di cui raccontavo. Siamo poco dopo la metà dell’800 e NY è molto diversa da quella che conosciamo ora.

Storia del Satan’s Circus

La città si concentrava nella parte più bassa dell’isola di Manhattan e non era passato molto tempo da quando gli abitanti dell’isola dovevano difendersi dall’attacco dei pellirosse.

NY era uno dei porti più importanti del Nord America: qui arrivavano migliaia di immigrati in fuga dalle guerre o dalle persecuzioni del vecchio mondo alla ricerca di un nuovo inizio.

Come descritto nel libro – inchiesta “Le gang di New York” di Herbert Asbury, poi portato al cinema da Martin Scorsese, questo grande afflusso di persone portò ad una fortissima degenerazione della vita criminale di New York nella quale si concentrava ogni genere di malaffare.

In ampie zone la città era controllata dalle gang, bande di criminali per lo più divise per nazionalità, tra cui primeggiavano i cosiddetti “Natives”, figli dei primi coloni, americani da tre generazioni, che in sostanza, gestivano i flussi migratori in arrivo per conto del potere politico di allora e detenevano il controllo della città.

Anche irlandesi, olandesi e tedeschi avevano a loro volta la gang di riferimento e il controllo di fette più piccole della metropoli.

Il centro nodale di questa antica NY erano i “Five points”, la zona, ormai narrata solo nelle leggende, dove i criminali più dissoluti camminavano impunemente per la strada insieme ai loro complici con il benestare della polizia corrotta e connivente con i malviventi.

Qui ogni mattina si trovavano cadaveri di morti ammazzati per strada che venivano portati al cimitero senza porsi tante domande. Ed è proprio in questa zona che nasce “Satan’s Circus” originariamente come indicazione nella toponomastica pittoresca della zona.

Il “Satan’s Circus” era il crocicchio di strade dove si trovava la maggiore concentrazione di bordelli e dove perdevano la loro virtù anche i missionari più zelanti arrivati sin lì per salvare le anime di quella gente perduta.

E’ da questo quartiere che il cocktail prende il nome. La leggenda racconta che gli aristocratici newyorchesi amassero di tanto in tanto fare una capatina in quel posto: molti di loro avevano interessi illegali sulla proprietà e sull’uso di quei palazzi, altri per la classica “botta di vita” come si direbbe oggi.

Li possiamo immaginare in qualche lussuoso salotto vittoriano, al muro appesi i ritratti di George Washington e Benjamin Franklin, a  fumare sigari e ridere tra loro delle avventure passate e a prepararsi alle prossime.

A uno di questi, assolutamente ignoto, probabilmente con qualche cognizione medicale e farmacistica, venne in mente l’idea del Satan’s Circus, un cocktail che preparasse o rimettesse in sesto per l’escursione peccaminosa nel quartiere a “luci rosse”.

Come si beve

La ricetta classica si basa su un infuso di peperoncino immerso in un tipo di liquore ora non più in commercio ma che assomigliava al nostro Aperol. Una volta ottenuto questo infuso “piccante” lo si mescola con cherry, whisky e l’aggiunta di limone e di una ciliegia sotto spirito.

Si ottiene così un cocktail “old style” dal sapore dolce, moderatamente alcolico, in cui a predominare è appunto, l’elemento piccante. Per il momento è possibile gustarlo alla Liquoreria Marescotti in piazza Fossatello a Genova ma è sperabile che il “Satan’s Circus” si possa diffondere ulteriormente.

Ricetta

6 cl. di rye whisky, 2,25 cl. di liquore allo cherry, 2,25 cl. di peperoncino infuso nell’Aperol oppure qualche goccia di tabasco (quanto preferite per renderlo più o meno piccante), 2,25 cl. di succo di limone.

Versate gli ingredienti nello shaker insieme al ghiaccio quindi shakerate per 30 secondi fino a quando il recipiente sarà raffreddato. Versate in una coppetta classica e guarnite con una ciliegia sotto spirito.

Note particolari

Se ne possono avere due versioni: una “invernale” un po’ più intensa e forte, maggiormente sottolineata dall’elemento piccante del peperoncino e una più estiva vicina alla formula del “long drink” con una maggiore prevalenza di succo di limone.

Martini Cocktail

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L’arma più micidiale degli Stati Uniti , il Martini Cocktail

Storia

L. Menken disse che era “L’unica invenzione americana perfetta come un sonetto” e Nikita Kruscev lo definì “L’arma più micidiale degli Stati Uniti”.

Non stiamo parlando di letteratura o di missili, ma del re dei cocktail: il Martini.

La sua genesi è dibattuta e contesa ma sarebbe ormai assodato che l’invenzione di questo “nettare” si debba al primo ‘bartender’ americano Jerry Thomas che a San Francisco, mentre infuriava la guerra di secessione, preparò “qualcosa di speciale” a un avventore diretto verso la città di Martinez.

Quella versione consisteva in 1/3 di vermouth e 2/3 di gin, una bevanda per uomini “duri” che dovevano affrontare i terribili momenti di quel conflitto. Negli anni la “z” si perse per strada ma il Martini si impose prepotentemente come il cocktail dei grandi del XX secolo attraversando la storia e i momenti più difficili dell’umanità al fianco di chi ne decideva le sorti: JFK, il già citato Kruscev, Churchill per dirne alcuni e il suo indubbio fascino lo portò di corsa a Hollywood sorseggiato dai divi del “noir” Humphrey Bogart, l’inseparabile Lauren Bacall e Mae West.

Esistono infinite ricette del Martini ma se si approccia il cocktail per la prima volta vale la pena riferirsi alla ricetta originale che ha diverse varianti:

il Dry Martini Traditional con due parti di gin e una di vermouth dry;
il Dry Martini Dry con cinque parti di gin e una di vermouth dry;
il Dry Martini Extra Dry con otto parti di gin e una di vermouth dry;
l’Hemingway con quindici parti di gin e una di vermouth dry, dal nome del noto scrittore che la inventò, chiamata anche Montgomery dal fatto che il generale Montgomery non combattesse mai se non con la certezza di una superiorità numerica sul nemico di uno a quindici.

Il Gibson che può essere Dry o extra Dry ma con una cipollina decorativa nel bicchiere al posto della classica oliva.

Un Dry Martini può anche essere preparato “On The Rocks“, ossia in un bicchiere old fashioned con ghiaccio (questa variante è amata dal semiologo Umberto Eco).

Il Vodka Martini con il distillato russo al posto del gin reso famoso dallo scrittore Ian Fleming attraverso il suo personaggio James Bond che in controtendenza rispetto alla tradizione lo vuole “Shaken not Stirred”, shakerato e non mescolato.

Come si beve

Il Martini si beve nella classica coppetta con gambo sottile diventata essa stessa simbolo del cocktail. Per bere un buon Martini occorre prendere alcuni semplici accorgimenti: una rapida occhiata alle bottiglie esposte alle spalle del barman dietro il bancone vi darà già l’idea dell’offerta del locale: una maggior fornitura di gin potrà garantirvi quando deciderete di chiedere al cameriere un cocktail più aromatico o più secco.

La possibilità di sedervi è essenziale: il Martini va sorseggiato, se possibile, in una piacevole conversazione galante o con degli amici simpatici. Molto lentamente.

Essenziale: la coppetta dev’essere fredda, io, addirittura, la amo ghiacciata. E’ consigliabile al momento dell’ordine farvi portare un bicchiere d’acqua: con questo potrete togliervi la sete e approcciarvi al cocktail per una vera e propria degustazione.

In genere, i cocktail vengono serviti con qualche “stuzzichino” come patatine, olive, e un tramezzino tagliato il piccole parti quadrate o triangolari. Questa sarebbe la norma da seguire ma nel tempo si è diffusa la moda dell’”Apericena” un brutto neologismo per indicare un’abbondante proposta di “appetizer” (il vero e proprio surrogato di un pasto) insieme al cocktail.

Un’usanza simile ha messo in secondo piano i delicati equilibri gustativi di raffinati cocktail come il Martini sovrastati da improbabili dosi di “pizzate” e altre amenità.

Se volete bere un Martini come si deve evitate di accostarlo a una “Quattro Stagioni”, per piacere. Parafrasando Ronald Reagan potremmo dire che “chi beve cocktail cenando non è capace di fare né l’una né l’altra cosa”.

Quanti cocktail Martini si possono bere in una volta sola?

Ovviamente, prima di tutto bisogna ricordare che si tratta di un cocktail molto potente da accostare con grande prudenza soprattutto se non si regge molto l’alcol; detto questo è normale che se la conversazione è piacevole e ha preso il verso giusto prima o poi il calice si svuoterà.

A questo punto ci viene in soccorso Humphrey Bogart che disse: “Il Martini è come le tette: uno è poco e tre sono troppi”. Ordinate pure il secondo citando il vecchio Bogey.

Ricetta

Martini Extra Dry (20%), Gin (80%), Oliva, Scorza di limone

Preparare nel mixing glass con Martini Extra Dry e Gin (preferibilmente Gin Bosford). Decorare con un’oliva e/o con una scorza di limone. 

Il Manhattan

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Il Manhattan è un cocktail che va sorseggiato e si addice a momenti di meditazione e conversazione.

Storia

Il “Manhattan” è un cocktail antico e risale ancora, stiamo parlando del 1874, a quando l’attività di miscelare liquori era secondaria a quella di preparare infusi con le erbe che in genere si bevevano dopo cena.

E’ aristocratico per eccellenza e nel suo nome ricade una certa forma di autoreferenzialità: il Manhattan fu inventato in un locale chiamato “Manhattan club” nel cuore di Manhattan. E’ difficile vantare una geolocalizzazione più chiara di così.

E’ un cocktail aristocratico e fortunato perché ha una madrina d’eccezione, Jerry Jerome  meglio conosciuta come Lady Randolph Churchill, futura madre del leggendario primo ministro inglese.

Nel corso di un banchetto che l’aristocratica aveva organizzato per favorire l’elezione del candidato presidente Samuel J. Tilden chiese al padrone del locale Lain Marshall di creare un drink all’altezza dell’occasione.

Detto fatto e il cocktail riscosse tanto successo che a New York lo si richiedeva facendo riferimento al nome del locale dove era stato creato e così ecco che fu: “Manhattan”.

Come si beve

Composto da rye whisky (oggi è difficile trovare questa qualità e spesso il cocktail viene preparato con il bourbon), vermouth rosso, un goccio d’angostura e guarnito da una ciliegia sotto spirito il Manhattan è un cocktail che va sorseggiato e si addice a momenti di meditazione e conversazione.

Per essere chiari impone lui stesso dall’alto della sua forza espressiva modi e tempi per essere bevuto. Vi consiglio atmosfere molto rilassate, magari nella vostra tenuta di campagna davanti a un camino acceso, dopo una bella passeggiata e con il vostro fedele amico a quattro zampe vicino.

Ricetta

Martini Rosso (2 cl), Whisky (5 cl), Angostura (1 goccia), Ciliegia

– Preparare nel mixing glass versando il Martini Rosso, il Whisky, preferibilmente (Jack Daniel’s oppure William Lowson’s) e una goccia di Angostura. Aggiungere alcuni cubetti di ghiaccio ed agitare il tutto. Versare in una coppa e decorare con una ciliegia.

Long Island Ice Tea

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Esistono suggestioni estive che fanno parte del nostro immaginario collettivo come le cartoline della Rimini di Fellini, le palme delle Hawaii o la Balbec di Proust, ma tra queste merita un posto anche l’estate newyorkese di Long Island.

Se c’è qualcosa che fonda la sua ragione nell’immagine estiva per eccellenza, sono quelle lunghe spiagge e il luna park dove i newyorkesi cercavano il relax e lo svago non troppo lontano dalla metropoli, chi perché non aveva abbastanza soldi per permettersi un viaggio più lungo, chi per la consueta passeggiata domenicale prima di ritornare nella stressante routine della metropoli.

Non poteva mancare un cocktail a suggellare questa atmosfera svagata e romantica e il drink è il Long Island Ice Tea.

La sua natura è controversa e molto lontana dalla classicità dei cocktail, è una composizione di gusti che si fonda sulle miscelazioni di alcolici diversi (vodka, rum e gin) e non è particolarmente amato dai bartender proprio per questa “abbondanza” che non rispetta le regole auree della miscelazione.

Nonostante ciò il Long Island Ice Tea il suo spazio se l’è conquistato a partire dal 1970, l’anno della sua creazione, diventando uno dei drink più bevuti al mondo.

Il cocktail è stato inventato all’Oak Beach Inn di Long island dal bartender Rose Rusebud ma la sua originalità, complice anche l’abbondanza degli elementi che lo compongono fa sì che questo drink abbia formule innumerevoli e cangianti e si possano bere diversi tipi di Long Island Ice Tea in giro per il mondo.

Come si beve

Preparare direttamente in un bicchiere Juice pieno di ghiaccio. Versare la Vodka, il Gin, il Rum, il Triple Sec, il sour mix (1/3 succo di limone, 1/3 zucchero liquido, 1/3 acqua). Mescolare e colmare con la Coca Cola. Decorare con mezza fetta di limone e una cannuccia.

Un “hot dog” tagliato a pezzettini è un tradizionale accompagnamento a questo drink. Anche delle buone noccioline americane e “french fries” preparate al momento si prestano con ottimi presupposti.

Ricetta

1.5 cl vodka
1,5 cl tequila
1,5 cl rum bianco
1,5 cl cointreau
1,5 cl gin
2,5 cl succo di limone
3 cl sciroppo di zucchero
Top di coca cola

Avvertenze!

Quando scorrete la lista dei drink con l’improvvida fanciulla che non regge l’alcol ricordate sempre di annotare che la formula “Ice tea” è ingannevole e vale solo per il sapore che ricorda il thè. Questo è un cocktail potente che va bevuto con molta prudenza.

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Giovanni, giornalista e scrittore, autore di due bestseller dedicati ai cocktail: “Cocktailsofia” e “L’arte di bere d’estate”

Giovanni Giaccone, giornalista, scrittore e blogger. Ha lavorato su emittenti tv regionali e nazionali. Ha scritto di narrativa e storia e due libri dedicati ai cocktail “Cocktailsofia” e “L’arte di bere d’estate” entrambi editi da “Il Melangolo”. I suoi pezzi li potete trovare su genovagolosa.it.

 

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